Ho citato, in diverse occasioni, una frase di Voltaire “se vuoi parlar con me fissa i tuoi termini”e cioè la necessità, in politica come nella vita, di essere chiari, di usare le parole con attenzione al loro significato preciso, di ricordare che proprio perché la parola ferisce di più della spada sia necessario sapere, quando si usano certi termini, le conseguenze, i riflessi che questi possono avere non solo sull’avversario ma anche sulle persone in genere.
Daniela Garnero Santaché, ovviamente, appartiene ad un’altra cultura e ad un’altra concezione della vita e della politica. Le parole per lei rappresentano l’arma dell’offesa, non servono ad esprimere pensieri approfonditi ma sono strumenti momentanei per sostenere tesi strumentali, slogan per colpire avversari, battute per lasciare stupiti e ritagliarsi le solite interviste sui soliti giornali.
Le parole, quando non sono pensiero, volano via e chi le dice non si cura se qualcuno è stato inutilmente e anche indirettamente ferito: raggiunto lo scopo si passa ad altro, magari dopo poco rinnegando quando si è affermato poco prima.
Oggi non credo interessi a nessuno, intendo a nessuna persona pensante, ricordare le tante, contraddittorie e violente affermazioni che hanno caratterizzato il percorso partitico ( mi sembrerebbe eccessivo dire politico) dell’on. Garnero Santaché in tutti questi anni.
Mi soffermo invece sulla sua ultima dichiarazione, spero sia l’ultima di questo tipo, e cioè “la Boccassini è una metastasi”.
Penso alle persone, anche amiche, che sono morte per metastasi, penso alle tante persone che si stanno curando e che si sentono sbattuto in faccia questo termine con l’indifferenza cinica che è tipica di chi la plastica l’ha fatta sicuramente all’anima.
Penso alla spregiudicatezza di chi è disposto a qualunque meschinità verbale pur di raggiungere il proprio obiettivo, penso a quanta incapacità culturale ci sia quando per colpire un avversario, per affermare le proprie verità ci si senta in diritto di offendere, e di offendere insieme all’avversario, migliaia, milioni di persone.
E allora provo una pena profonda perché non bastano soldi, successo, interviste, relazioni importanti, onori, incarichi quando l’anima è di plastica.
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